Didattica dell’intelligenza linguistica e della retorica come categoria critica per leggere figure dell’assenza e tracce della memoria. Elsa Morante e l’autobiografismo trasfigurato ne L’isola di Arturo e Aracoeli
DOI:
https://doi.org/10.1285/i24995835v2026n1p90-118Parole chiave:
Elsa Morante; assenza; memoria; intelligenza linguistica; linguaggio incarnato - Elsa Morante; absence; memory; linguistic intelligence; embodied languageAbstract
It
Nel “mondo linguistico salvato da Elsa”, potendolo nominare mondobolario salvato da Elsa, L’isola di Arturo e Aracoeli si affidano a una lingua chiamata a dare forma all’assenza e alla memoria. La scrittura morantiana, dall’indubitabile penna datrice di vita, genera uno spazio simbolico in cui il soggetto rielabora il trauma della perdita parentale, trasformandolo in immagine poetica. Con una lingua incarnata, fatta di metafore corporee e tensioni visionarie, Morante costruisce una soggettività fragile e franta, in cui l’identità emerge come residuo affettivo e traccia irrisolta del lutto.
Particolare rilievo assume l’analisi del tessuto linguistico: la prosa morantiana è costellata, proprio come un’altra costellazione, Boote - il firmamento cui appartiene Arturo[1] - di catacresi, metafore corporee, neologismi, suffissazioni affettive e deformazioni fonetiche che trasformano gli stati psichici in coaguli sensoriali. Passare al vaglio lessicale (Sarikaya, 2024) l’intero spettro espressivo della Morante significa tracciare un paesaggio linguistico e una grammatura, più che grammatica, che, in chi la legge, definisce e “infligge” per sempre un’inclinazione dello spirito (Notarbartolo, 2016). La memoria assume una pelle, il dolore ha un odore, il pensiero si fa organo. In questa lingua fortemente rappresentata, l’astrazione viene costantemente ricondotta alla corporeità, e il corpo diventa il luogo in cui il trauma si deposita come segno, cicatrice, detrito. L’intelligenza linguistica appare allora come la vera scena del romanzo morantiano, che è allo stesso tempo larva di senso e rincrudimento, per una didattica che si avvale del testo letterario come categoria critica di lettura.
En
In the “linguistic world saved by Elsa”—which we might call the mondobolario saved by Elsa—L’Isola di Arturo and Aracoeli entrust themselves to a language called upon to give form to absence and memory.
Morante’s writing, with its unmistakably life-giving pen, generates a symbolic space in which the subject reworks the trauma of parental loss, transforming it into poetic image. Through an embodied language, made of corporeal metaphors and visionary tensions, Morante constructs a fragile and fractured subjectivity, in which identity emerges as an affective residue and as the unresolved trace of mourning. Particular emphasis is placed on the analysis of the linguistic texture: Morante’s prose is studded—like another constellation, Boötes, the firmament to which Arturo belongs—with catachreses, bodily metaphors, neologisms, affective suffixations, and phonetic distortions that transform psychic states into sensory coagulations. To submit the entire expressive spectrum of Morante to lexical scrutiny (Sarikaya, 2024) means to map a linguistic landscape and a grammage, rather than a grammar, which in the reader defines and forever “inflicts” an inclination of the spirit (Notarbartolo, 2016). Memory acquires a skin, pain has a smell, thought becomes an organ. In this strongly embodied language, abstraction is constantly brought back to corporeality, and the body becomes the site where trauma is deposited as sign, scar, debris. Linguistic intelligence thus appears as the true stage of the Morantian novel, which is at once a larva of meaning and a recrudescence for a pedagogy that makes use of the literary text as a critical category of interpretation.
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